Il ragazzone dalla pelle scura, in jeans e giubbotto, cammina con aria dinoccolata all’angolo tra piazzale della Concordia e via della Rinascita. Entra in una bar, ne esce poco dopo. Si ferma a chiacchierare con qualcuno della sua razza. Riparte, si guarda attorno. Si vede che non ha nulla da fare, sembra quasi assaporare quel suo andare apparentemente in nessun posto, quel suo essere senza mèta nel cuore di Marghera, dove ogni strada e ogni incrocio ricordano il mondo del lavoro e la classe operaia. Poche ore fa era un detenuto in attesa di giudizio, adesso è un cittadino straniero libero, anche se in Italia è entrato clandestinamente e lo hanno beccato mentre spacciava droga.
I Baschi Verdi della Finanza, che hanno la caserma all’imbocco di via Fratelli Bandiera, hanno impiegato molto tempo e parecchie energie prima di mettergli le mani addosso, venerdì scorso. Ma lunedì mattina all’uscita del Tribunale, in viale San Marco a Mestre, li aveva salutati alzando verso il cielo il pollice della mano sinistra, soddisfatto perchè un giudice lo aveva appena condannato e scarcerato. «Droga? Solu per mangiare» aveva risposto nel momento in cui lo avevano acciuffato. Ma con la sua aria da guappo si mostrava abbastanza diverso da altri clandestini arrivati da Lampedusa e fermati solo per non aver obbedito all’ordine di tornare in patria.
Lui il salto lo ha ormai fatto. Infatti, le attenuanti generiche non gli sono state concesse. Il terzo comma dell’articolo 73 della legge sulla droga prevede una pena base di un anno di reclusione e 3 mila euro di multa. Gli hanno applicato solo la riduzione di un terzo per la decisione piuttosto conveniente di patteggiare. E così la pena è stata fissata in 8 mesi di reclusione e 2 mila euro di multa. Abbondantemente sotto il limite della condizionale. È per questo che salutava soddisfatto chi lo aveva ammanettato. Come a dire, tutto bene, ci rivediamo presto.
Ieri pomeriggio era già lì sul marciapiede, in quella terra che i Baschi Verdi e gli uomini del Commissariato di Marghera conoscono come le loro tasche. Sanno riconoscere uno ad uno i personaggi che compongono il mondo dei tossicomani e degli spacciatori, li indicano per nome, ne possono indovinare i movimenti. E così, senza paura di smentita, sanno che quei gruppetti in sosta davanti ai bar non hanno altro da fare che attendere i clienti. Un mondo con regole non scritte, metodi di lavoro collaudati, rifugi insospettabili.
È qui a Marghera, il paese dentro la città dove i bambini non vanno più al parco giochi perchè la droga viene nascosta a palline sotto gli scivoli o dentro buche scavate nel terreno, il punto d’arrivo di tanti clandestini che hanno fatto di Lampedusa il punto d’ingresso in Europa. I grandi flussi di umanità dolente e disperata nascondono anche la delinquenza che si mescola, si muove con abilità, vìola ogni divieto. E a volte anche i clandestini non ancora inseriti in organizzazioni a delinquere finiscono a spacciare, coperti dal loro status di invisibili. Sopravvivono grazie al mercato del lavoro più illegale che ci sia, comprare e vendere droga.
Non è un caso se il ragazzo in jeans di nazionalità tunisina è tornato in piazza della Concordia, subito alla fine della via del Mercato, sul retro del municipio. Gli affari si cominciano a fare qui. Verso sera ci saranno una trentina di persone, divise in gruppetti. Ma per tutto l’arco della giornata si è sicuri di trovare qualcuno del “giro”, basta un po’ di pazienza.
I clienti sanno da chi andare. Ma il primo cui cui parlano non è mai quello che poi consegnerà la “roba”. Lo tengono in ballo per un po’, gli fanno fare un giro, lo soppesano. L’acquirente viene passato a un’altra persona, finalmente ecco i soldi (50 euro per una dose di eroina), il passaggio dell’involucro di mano in mano. A tirare le fila c’è un capo. Una volta era “Zico”, tunisino approdato qui da Via Anelli a Padova, che ha cercato di sposare un’italiana e di acquisire così la cittadinanza. Poi c’era Mano di Pietra, arrestato per false dichiarazioni di generalità e uscito pochi giorni fa dal carcere.
A Marghera tutto avviene sotto gli occhi di tutti. Basta saper vedere. C’è un campetto, a ridosso di Via della Rinascita, attrezzato come un ameno “percorso natura”, anche se incastrato tra i palazzi. È deserto, abbandonato. Lo hanno trasformato nel deposito della droga. Ci sono buchi dappertutto, come se un cane vi avesse scavato una tana. E ci sono pezzetti di nylon, angolini di sacchetti variopinti tagliati per diventare contenitori di droga. L’eroina viene messa lì dentro e lasciata sotto le foglie, tra le radici di un albero, sotto un cespuglio, dietro un sasso. I pusher hanno ben presenti i punti di riferimento. Meglio non tenersi nulla addosso. In bicicletta si arriva in un attimo, si prende la merce, la si porta all’acquirente.
È anche per questo che i parchi-giochi sono deserti. Non è solo il freddo dell’inverno. È la paura che qualche bambino trovi sotto uno scivolo o una panchina una pallina di carta stagnola, così simile a una caramella. Il piccolo spaccio non guarda in faccia nessuno. Quello che conta è vendere per vivere, non solo per sopravvivere. E non importa a chi. Alcuni giorni fa, durante un’operazione che poi ha portato all’arresto di tre maghrebini, messi fuori gioco almeno per qualche giorno, i finanzieri hanno trovato una ragazza italiana che chiedeva eroina da fumare. Le hanno chiesto l’età e sono impalliditi. «Ho compiuto da poco quattordici anni».
Giuseppe Pietrobelli