5th
babypanda: mothmilk: (via plainjaneday)
Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.
Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.
Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.
Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia,
e sulla greppia nazionale.
Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.
Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.
Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo,
ottimizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui works in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.
Piove, ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.
Venerdì 27 Febbraio 2009
E il preside Bertoletti spopola al telegiornale
Vi sono molte occasioni e tattiche per sbarcare sul piccolo schermo. Praticamente sempre volontariamente. C’è un caso strano, invece, che vede protagonista il preside dell’Istituto Cossali di Orzinuovi, Giancarlo Bertoletti. A lui, infatti, è toccato (tocca e toccherà) di presenziare quasi quotidianamente sugli schermi di milioni di telespettatori senza alcuna volontà propria. Insomma, va in televisione senza neppure saperlo. È capitato, precisamente, che lui avesse l’onore di avere, tra le sue classi, una particolarmente disciplinata e impegnata culturalmente. In un mondo in cui “nel bene non c’è romanzo”, trovare alunni che si distinguono e che non balzano alla ribalta di scoop sussiegosi per stupri, episodi di bullismo, droghe e violenze ma, al contrario, per aver compreso il significato della scuola (e della vita), è veramente qualcosa degno di nota. Di più: di telegiornale, e, per intenderci, non di un telegiornale qualsiasi, ma di “Studio Aperto” pensato da Mediaset appositamente per un target giovanile. Ed è stato così che la troupe televisiva ha varcato i cancelli di via Milano per filmare la classe. Immagini che, evidentemente, devono essere piaciute ai montatori i quali, da allora, per ogni notizia inerente la scuola, le rispolverano come sottofondo visivo a parole che spesso cozzano apertamente col significato di quel primogenito filmato. Ecco allora che, mentre il cronista racconta una strampalata direttiva di un preside campano o una protesta di un gruppo di allievi friulani, scorrono le immagini del Cossali e del preside Bertoletti che, con piglio soddisfatto e sorriso orgoglioso, bussa a una fotogenica porta rossa. Seguono le immagini degli studenti, tra volti ambiziosi e timide espressioni di disagio. Una reiterazione cadenzata e perpetua che porta Bertoletti ad incarnare l’emblema del preside contemporaneo, ad essere suggello dell’istituzionalità educativa, a varcare i confini di una scuola per indossare i panni dell’idealità. I corridoi del Cossali si calano dunque in un non spazio, diventano i corridoi dell’umanità scolastica con le proprie miserie e le sue glorie e i volti, anche i volti degli studenti perdono i loro connotati individuali e i loro “corpi” , interpeti anch’essi inconsapevoli di un attuale Adriano Meis, cedono il passaporto alla stereotipia della “corporazione” del mondo studentesco, in un alone di anonimo conformismo che nulla apporta, se non l’esternazione di scene scevre di ogni contestualizzazione.
di Matteo Salvatti
Risposta
Negli archivi dei tg, in vista di un eventuale riutilizzo, ogni documento viene diviso per voci: «scioperi», «montagne», «Obama Barack», «vino», «Totò». Quando occorre illustrare con immagini generiche i testi del Tg la cineteca fornisce il materiale visivo. In quell’antro da rigattiere che è l’archivio, ogni filmato tende a perdere la propria personalità, il proprio contenuto specifico, il proprio contesto. Diventava quasi una voce astratta di un dizionario impossibile. E quando, uscendo da quella grotta, rivede la luce, lo spezzone si trasforma in un’altra cosa, allude ad altro, mostra qualcosa di diverso. Spesso la cineteca non è il luogo della conservazione, ma della spoliazione, della decontestualizzazione. Il ricilaggio è un dispositivo aziendale, un blob prima della nascita di Blob .
- Dal forum TeleVisioni
(le immagini di cui parla Grasso sono racchiuse in cassette chiamate, appunto, “Preziose”. La storia si ripete con le immagini degli scaffali dei supermercati, degli sportelli delle banche, degli esterni e degli interni dei palazzi del potere, degli uomini di potere. E così via … c’è tutto un mondo tracciato a cui attingere)
Esci dall’autostrada Venezia-Trieste. E ti perdi. Chiarano, dove diavolo è Chiarano, capitale leghista delle ronde padane? Un cartello manda a sinistra. Arrivi a una rotonda e un altro cartello ti rimanda indietro. Eccolo finalmente il paese di Gianpaolo Vallardi, 47 anni, sindaco, sceriffo e anche onorevole. Fossati d’acqua, giardini ordinati, vie illuminate. Sicuramente ci sarà una pattuglia in giro stasera, volonterosi armati di fazzoletto verde e telefonino. Invece non si vede nessuno. Stesso deserto a Musile di Piave, qualche chilometro a Sud, dove la paura ha regalato l’elezione alla Camera a un altro borgomastro a tolleranza zero, Gianluca Forcolin, 41 anni. Strade vuote anche lì, come in tutti questi comuni della campagna veneta dove d’inverno, se ti perdi al buio, prima d’incontrare qualcuno per chiedere informazioni devi aspettare l’alba. Ma non era la provincia assediata dalla criminalità, questa? La terra dove la gente perbene è costretta a sostituirsi a polizia e carabinieri nei turni di vigilanza? La regione per la quale il Senato ha forzato la Costituzione e legalizzato le associazioni di cittadini per la sicurezza? Deserto ovunque.
L’affare infatti comincia adesso. In palio i cento milioni che il ministro per la Funzione pubblica, Renato Brunetta, ha sottratto all’attività di polizia e carabinieri. Soldi che, grazie alle future convenzioni con i Comuni, finiranno anche alle ronde. L’ha promesso il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, spiegando che verranno premiati i sindaci più fantasiosi e creativi nel contrasto alla criminalità. Ecco cioè come il governo sta finanziando la sua pancia elettorale leghista. In piena crisi economica, con i soldi dello Stato e una legge presentata a difesa di tutti i cittadini che però non aggiunge nulla alla sicurezza. Ma chi difenderà i cittadini dagli eccessi delle ronde? La Questura di Padova ha revocato il porto d’armi sportivo ad alcuni imprenditori che la sera uscivano di pattuglia e nei fine settimana andavano ad addestrarsi al poligono con armi da guerra: Kalashnikov, fucili d’assalto e pistole. In provincia di Vicenza i carabinieri hanno invece denunciato per rapina uno dei sostenitori delle ronde dell’associazione leghista Veneto sicuro, di cui è stato testimonial il ministro per le Politiche agricole, Luca Zaia. Ora è sotto processo con altri due amici con l’accusa di aver aggredito un gay.
Da anni i promotori della tolleranza zero armano le loro parole guadagnandosi seggi in Parlamento. Come il senatore leghista di Treviso Piergiorgio Stiffoni, 61 anni, indagato e prosciolto dalla Procura della sua città per questa frase: “Cosa facciamo degli immigrati che sono rimasti in strada dopo gli sgomberi? Purtroppo il forno crematorio di Santa Bona non è ancora pronto”. E la base li segue, in qualche caso armandosi davvero. Grazie a un emendamento del Pd all’articolo 46 del pacchetto sicurezza, le ronde dovranno essere disarmate. Ma il disegno di legge non esclude i volontari titolari di un porto d’arma. (continua …)
- Fabrizio Gatti su L’Espresso
Microfono in mano, altoparlanti che sparano a mille, voce stentorea e un monito: «Ora festeggiate, mangiate e bevete ma questa sera ognuno faccia il proprio dovere: ho bisogno di tanti bambini di razza Piave». Il vice sindaco Giancarlo Gentilini arringa così la piccola folla che assiste all’inaugurazione della “nuova” strada di San Vitale. Qualcuno applaude, altri sorridono, altri ancora annuiscono convinti di fronte ad un buon consiglio. Del resto è San Valentino: quale occasione migliore per mettere in pratica gli ordini dello Sceriffo?
(…)
«La razza che deve comandare questo territorio - ha poi rincarato mentre attorno impazzava ormai il buffet - deve essere la nostra, quella Piave e quindi bisogna fare più bambini. Non è una questione di razzismo, quello non c’entra niente. Ma dico ai miei cittadini e ai giovani: fate bambini su bambini». E la crisi, le difficoltà economiche, l’incertezza per il futuro non devono essere motivo per mettere in secondo piano l’idea di un figlio: «Non fatevi intimorire da chi dipinge scenari cupi, da chi parla di crisi pesante, non credete a chi dice che stiamo crollando - tuona al microfono - Continuate a vivere come sempre, a spendere e a stare tranquilli». E, ovviamente, a fare oguno il “proprio dovere”.
- Paolo Calia sul Gazzettino
Il lettore M. V. di Verona scrive: «Mio figlio deve svolgere una ricerca sul Risorgimento e mi ha chiesto dei consigli, ma io non ho saputo andare oltre qualche nozione generale. Avrebbe un aneddoto da raccontargli?». Caro M. V., risparmierei a suo figlio la solita retorica su Mazzini e Garibaldi, che nasconde la drammatica realtà di una guerra di liberazione fatta, se non contro il popolo, sicuramente senza di esso. Gli parlerei invece di quel che successe durante la Restaurazione del 1849, quando tutti i sovrani europei si affrettarono a rinnegare le Costituzioni liberali che erano stati costretti a concedere nel famoso Quarantotto. Tutti tranne uno, il giovane Vittorio Emanuele. Ignorante e grossolano, ma dotato di carattere, il re sabaudo si rifiutò di abrogare lo Statuto Albertino che aveva messo fine alla monarchia assoluta. Il suo gesto fece del piccolo Piemonte un faro di libertà: da ogni parte d’Europa gli spiriti liberi convergevano su Torino. Preoccupati, gli altri sovrani affidarono all’ambasciatore delle Due Sicilie il compito di indurre il Savoia alla resa. Vittorio Emanuele ricevette il funzionario borbonico e ascoltò le sue minacciose raccomandazioni. Poi rispose: «Signore, le condizioni in cui versa il vostro Stato vi autorizzano più a chiedere consigli che a darne. Nel mio non vi sono né traditori né spergiuri né assassini». E lo mise alla porta, mostrando che differenza passa fra il senso dello Stato e uno Stato che fa senso. Bella storia, non trova? E ci sono giorni, come questo, in cui mi sembra ancora più bella.
La nomina del figlio del Senatùr alla Fiera: una storia alla Gabriel Garcia Marquez
La Lega, giurava anni fa Umberto Bossi, «assicura assoluta trasparenza contro ogni forma di clientelismo». Di più: «Non si barattano i valori-guida con una poltrona!». Di più ancora: «Dobbiamo essere in primo luogo inflessibili medici di noi stessi se vogliamo cambiare la società!». Bene, bravo, bis. Ma i figli, come dice Filomena Marturano, «so’ piezz’e core». Così, quando si è trattato di dare vita all’«Osservatorio sulla trasparenza e l’efficacia del sistema fieristico lombardo », chi ha piazzato nel Comitato di presidenza? Suo figlio Renzo. Certo, l’approccio «mastelliano» alla raccomandazione («un peccato veniale», l’ha sempre definito Clemente) non è per il segretario della Lega una novità assoluta. Qualche anno fa, infatti, l’uomo che aveva fatto irruzione in politica tuonando contro il familismo, aveva già piazzato a Bruxelles il fratello Franco e il figlio Riccardo. Assunti come portaborse, il primo a carico di Matteo Salvini e il secondo di Francesco Speroni, evidentemente lieti di spendere «in famiglia» la prebenda di 12.750 euro al mese che ogni deputato riceve per l’attaché. Quali competenze avessero l’uno e l’altro non si sa e non si è mai avuto modo di approfondire: dopo la scoperta della doppia sistemazione parentale, ufficializzata dalla pubblicazione sul sito Internet www2.europarl.eu.int/assistants, le due nomine furono precipitosamente annullate. Meglio perdere un paio di stipendi che esporsi al rischio di mal di pancia dei leghisti di base allevati nel mito dei duri e puri.
Quanto alla competenza di Renzo Bossi nel nuovo incarico, il mistero è ancora più fitto. L’assessore regionale Davide Boni ha spiegato a Repubblica che la nomina del ragazzo è solo il primo passo: «Stanno scadendo i vertici e noi ci facciamo avanti perché la Fiera è troppo importante per Milano e l’intera Padania e perché la Lega esprime una classe politica di tutto rispetto». «E Renzo?» «Con lui la squadra non potrebbe essere più incisiva». L’affermazione, ovviamente del tutto estranea a ogni forma di leccapiedismo verso il Capo, è rassicurante. Fino a ieri, infatti, sulla statura del figlio del ministro delle Riforme esistevano due sentenze. Una emessa dai professori che l’hanno bocciato agli esami di maturità la prima, la seconda e poi ancora la terza volta che si è presentato, rendendo inutili tutti i ricorsi. L’altra emessa dal padre stesso il giorno in cui gli chiesero se Renzo fosse il suo delfino: «Delfino, delfino… Per ora è una trota». Battuta che fece nascere all’istante, su Internet, un «Renzo Trota fans club». Auguri, comunque. Al delfino salmonato e alla Fiera di Milano. Dopo tutto, può essere l’inizio di una brillante carriera. Del resto, negli staterelli caraibici, cose così capitano da un pezzo. Avete letto l’Autunno del patriarca di Gabriel García Márquez? Una delle scene indimenticabili è quella in cui la madre del dittatore, Bendicion Alvarado, nel vedere «suo figlio in uniforme d’etichetta con le medaglie d’oro e i guanti di raso» davanti al corpo diplomatico schierato al completo, non riesce a «reprimere l’impulso del suo orgoglio materno» e grida entusiasta: «Se io avessi saputo che mio figlio sarebbe diventato presidente della Repubblica lo avrei mandato a scuola!».
Gian Antonio Stella - Tuttifrutti
04 febbraio 2009